TI RACCONTO UNA STORIA

«Non riesci a dormire?» domandò Gae scorgendo Dante tormentarsi le mani. Il resto della combriccola, al contrario, sonnecchiava sparpagliata all’interno della baracca diroccata.
«No.» rispose il ragazzo sbuffando. 
«Ti va di fare quattro chiacchiere?» domandò ancora la driade.
Dante si sollevò aiutandosi con le mani e si mise seduto con le gambe incrociate. Era a circa mezzo metro dal fuoco e il colore caldo e rassicurante della fiamma gli tinse i lineamenti d’arancio regalando ai suoi occhi delle sfumature singolari. Anche Gae si avvicinò al fuoco accomodandosi con le gambe distese su di un lato. L’arancio e il calore del fuoco investirono anche lei, evidenziandone la silhouette snella e tonica. La driade non aveva nessuna ematite con sé e Dante la trovò straordinariamente incantevole quella sera.
«Sei davvero bella così, sai…» si fece scappare il giovane arrossendo. Dopodiché, distogliendo subito lo sguardo, incominciò a giocherellare con un rametto lì di fianco. Gae sorrise divertita. Era stato un complimento genuino, senza malizia, e così la driade lasciò correre domandandogli: «Cosa ti tormenta tanto da non lasciarti riposare?»
«Le solite cose… quello che ho fatto ad Anarkalja, quello che potrei fare ad altre creature…» rispose Dante che, mesto e cupo in viso, gettò il rametto dritto nel fuoco facendolo scoppiettare. Gae lo guardò intensamente, come se volesse carpirne i segreti celati nell’animo.
«Cosa c’è…?» le domandò lui in impaccio.
«Ti va di ascoltare una storia, Dante?» rispose la creatura accostando il viso al fuoco: i suoi occhi color della terra bagnata si fecero brillanti e penetranti.
«E’ una storia del terrore? Una di quelle che si raccontano al camping intorno al fuoco?» domandò Dante, ritrovando tutto d’un tratto il buonumore. Gae, ignorando cosa fosse un “camping”, scosse la testa ridendo.
«Nessuna storia del terrore, testa di zucca!» e continuò a ridere.
«Va bene qualsiasi altra storia, allora…» mugugnò il ragazzo nuovamente imbarazzato.
«Apri bene le orecchie, allora…» Gae incrociò le gambe dinanzi a sé e incominciò a raccontare con tono solenne la propria storia.
«Tanto, tanto tempo fa… in una foresta impenetrabile, su di un continente vergine e inesplorato, viveva un antico popolo magico conosciuto con il nome di “Os Silvani da Mãe”. Queste misteriose creature fantastiche vivevano in perfetta armonia con la natura selvaggia del posto e avevano un profondo rispetto per le sue leggi. La foresta concedeva loro cibo, acqua e riparo, mentre in cambio, queste, ne preservavano i confini e la quiete. Questo fin quando degli uomini venuti da un altro continente, armati con cannoni, fucili e reti, non li invasero e ridussero in schiavitù. Quegli uomini erano dei conquistatori senza scrupoli; avidi di ricchezze e bramosi di magia. Provammo a contrastarli ma fu del tutto inutile: la loro crudeltà e i loro subdoli escamotage bellici, ci misero in ginocchio nel giro di pochi mesi. Smisi anch’io di oppormi appellandomi agli insegnamenti della mia gente: trattare con rispetto ogni essere vivente, pesare ogni vita con la mia stessa vita. Fu un errore. Fui imprigionata e abbandonata in una vecchia torre. Mi sentii persa, spacciata. Il desiderio di rivedere ancora una volta la foresta, di accarezzare le fronde degli alberi, i fusti, di bagnare i piedi nelle tiepide acque dei fiumi, mi salvò. Fu così che mi ritrovai nel tuo mondo. In principio fui accolta da creature simili a me… eppure così diverse. Il mio aspetto era differente. Le mie abilità erano differenti. Imparai le regole, i valori e i costumi di questo nuovo mondo. Decisi che non mi sarei più piegata ai soprusi e che avrei combattuto per i miei ideali. Che avrei protetto chi non poteva difendersi da solo. Mi promisi che non avrei perso un altro popolo. All’inizio fu difficile controllarle le mie abilità e non mancarono incidenti: ferii io stessa quelle creature che mi ero ripromessa di proteggere. Ne fui devastata. Mi stavo perdendo ancora una volta. Poi arrivò lui, l’Orologiaio. Il buon vecchio Gran Maestro mi accolse in casa sua, m’istruì e mi allenò a domare i miei talenti e le mie emozioni. Mi rese una Guardiana. E’ stato lui a insegnarmi che non importa l’entità del dono che ci è stato fatto, ma l’utilizzo che noi decidiamo di farne! E questo vale anche per te, Dante. Se tu deciderai di fare del bene al mondo col tuo dono, allora il tuo dono sarà bene.» terminò Gae.
Dante la guardò stralunato. Qualcosa nel suo cervello stava frullando. Aveva avuto un’illuminazione, un lampo di genio (o di follia) per proteggere i propri amici.
«Ti va di raccontarmi del Collegium, adesso? Muoio dalla curiosità di sapere tutto su quel posto…» domandò lui con risolutezza.