Libro di appartenenza

“Le ultime Lune di Settembre”

 -Il Bestiario di Aberdenia-

E.J.G. – Ignoto – 1951

 

Associazione

Nessuna

 

Arma / Talento

Artigli e Zanne

Mutaforma Mannaro dal pelo granata

 

Caratteristiche

 Fedeltà – Nobiltà d’Animo – Sarcasmo

 

Hobbies

Rufus è il fedelissimo maggiordomo di Madame Mafalda, i suoi hobby sono i voleri della sua padrona

 

estratto da: Il Mutafavole e l’Ombra del Primo Buio

«Rufus era il maggiordomo di zia Mafalda. Un perfetto gentleman britannico tutto fare. Dall’aspetto impeccabile, l’uomo, sotto i quarant’anni, aveva un’allure fiera e orgogliosa. Molte donne in città lo rincorrevano senza risultato: oltre a essere di bell’aspetto, difatti, Rufus, era rinomato per il suo carisma e la devozione alla famiglia di Dante.»

cit. di Rufus, da: Il Mutafavole e l’Ombra del Primo Buio

«Tu non sei solo pivello, ci sono qui io. C’è tua zia e l’Orologiaio. C’è l’Accademia e Gae con tutti gli altri Guardiani. Nessuno permetterà mai che ti accada qualcosa di male. Io non lo permetterò!»

 

Approfondimenti

estratto da: “Le ultime Lune di Settembre – Il Bestiario di Aberdenia”

«Sei forte di stomaco, giovanotto?» Mi domandò la donna del villaggio di Veldia, quello di là del fiume-confine, dopo aver accettato la mia sacca di monete. Io le feci cenno di sì col capo; ma ero ancora ingenuo, inesperto sulle Terre dello Scirocco. Iniziai subito a prendere note sul mio taccuino, ma l’esperienza di quella notte non trovò spazio tra le pagine dei miei appunti. Ancora oggi ho difficoltà a trascrivere quello che vidi. Ad accompagnare la nutrice c’erano due giovinette, una delle quali molto silenziosa. L’altra, invece, aveva una lingua decisamente vivace e non perse occasione per importunarmi. Le mie attenzioni, tuttavia, erano riservate soltanto alla donna del villaggio di Veldia. A lei e a quel mistico medaglione che le permetteva di camminare indisturbata tra i lupi mannari. «Proteggerà anche noi?» le domandai d’istinto una volta superato il ponte, appena i miei occhi si posarono sul folto della foresta. «Finché resterai al mio fianco, sì. I mannari ci rispettano, ci sono patti antichissimi tra la mia gente e loro.» Mi sembrò sincera. «Io non mi preoccuperei di essere morso, sai…» s’intromise l’apprendista della nutrice, quella dalla lingua lunga e pungente. «Taci!» le disse la donna. E la ragazza s’ammutolì con le guance rosse dalla vergogna. Arrivammo al delimitare della foresta con la luna già alta e tonda nel cielo. Aspettammo un po’ ad entrare: ci stavano osservando. Una volta superata la prima schiera d’alberi mi ritrovai d’avanti ad un paesaggio opprimente: foglie e fusti a perdita d’occhio, neanche un sentiero o un tetto di una casupola all’orizzonte. Anche la luna faticava a farsi largo tra i rami. La nutrice ci dispose in fila ordinata, intimandoci di seguirla in silenzio: il suo passo era certo e impavido, come se seguisse un percorso invisibile. Camminammo per non meno di mezz’ora, fin quando, all’improvviso, giungemmo in una radura. C’erano una dozzina di baracche in legno e pietra disposte in semicerchio attorno ad un pozzo. Alcune di quelle baracche avevano il caminetto, ma nonostante il primo freddo, quei caminetti erano tutti spenti. Quel posto poteva assomigliare a un normalissimo villaggio, un insediamento di boscaioli, ma non c’era traccia d’uomo in quella terra. Ed ecco il motivo della mia presenza. La nutrice ordinò all’apprendista più schiva di riempire il secchio d’acqua al pozzo e all’altra di preparare le bende e le lenzuola pulite. D’un tratto il villaggio si popolò: grossi lupi, retti sulle zampe posteriori, fecero capolino dal folto della foresta. V’erano di ogni taglia, forma e colore; uno addirittura risplendeva d’oro. Io non avevo mai visto un mannaro da vicino e nonostante la mano tremante, riuscì a farne diversi schizzi sul mio taccuino. Il branco restò a distanza ad osservarci, guardingo. Dal mezzo delle zampe di un lupo di media taglia spuntò una bambina dai capelli scuri e crespi. Era vestita della sua sola pelle e aveva mani e piedi neri, come se avesse corso a quattro zampe per la foresta. Sono certo, con la maturità di oggi, che l’aveva di certo fatto quella notte stessa prima del nostro incontro. La nutrice ci ordinò di seguirla in una baracca. Lì dentro mi attendeva l’esperienza forse più traumatica di tutto il mio viaggio. All’interno della struttura c’erano due lupi: uno grosso col pelo rossastro e un altro più minuto e dal pelo marrone. Quello più piccolo giaceva sofferente a terra, sembrava malato, e aveva il respiro affannato. L’altro, invece, gli teneva il muso appoggiato sulla testa, come a proteggerlo e rincuorarlo. «Co-cosa siamo venuti a fare noi qui…?» Ebbi io stesso timore a formulare quella domanda. Le mie monete avrebbero dovuto pagare un giro tra i mannari, niente di più. La nutrice m’ignorò, già all’opera sul mannaro di piccola taglia. E così la giovinetta vispa non perse l’occasione per destabilizzare la mia risolutezza. «Siamo qui per far partorire la mannara e allevare il suo cucciolo. E’ Settembre e c’è la luna piena. Questo è il suo terzo cucciolo.» Io rimasi perplesso. Di pietra. Quelle informazioni erano prive di significato per me. E la giovinetta se ne accorse. «Sei qui da poco, eh, scribacchino! Hai mai visto una lupa partorire un bambino?»